Lo Stupore in Mozambico

 

Quando penso al mio viaggio in Mozambico mi viene in mente una parola: stupore. Questo paese mi ha Stupita!

Ho provato lo stupore che solo un bambino prova di fronte a qualcosa di nuovo. Ed è esattamente come una bambina che spesso mi sono sentita camminando per le strade del Mozambico, a volte rimanendo a bocca aperta per la maestosità della sua natura libera e selvaggia, a volte stupita per la varietà dei colori che ci circondavano ogni giorno e a volte proprio come una bambina avrei voluto coprirmi gli occhi per non vedere la sua estrema povertà e fragilità.

Il Mozambico questo paese a me completamente sconosciuto l’ho trovato bellissimo ma anche durissimo; il bello ed il brutto che si mostrano sempre insieme e senza pudore mi ha lasciato senza parole. Lo stupore del tramonto che ci ha accolto al nostro arrivo, il rosa aveva colorato il cielo completamente ed è stato come se ci volesse far passare la rabbia provata nell’aeroporto di Pemba, dove un ometto calvo ci hanno costretto a farci vaccinare contro la febbre gialla. Uno zelante funzionario credo del ministero della sanità, annoiato ha voluto mostrarci la sua integerrima autorità non facendoci passare all’aeroporto perché, secondo lui avevamo violato delle regole sanitarie facendo scalo nell’aeroporto di Nairobi e per questo ci ha costrette, pena il mancato ingresso nel paese a sottoporci forzatamente ad un vaccino. Io esausta guardavo i suoi guantini che avevano oramai perso anche la memoria di essere stati un tempo bianchi e pensavo non guardarlo e non farti venire strani pensieri, è solo un vaccino non ti succederà nulla. L’omino solerte e quasi sorridendo mi ha afferrato un braccio e più che farmi un’iniezione sembrava mi avesse pugnalato per la forza che ci ha messo nel conficcarmi l’ago. Ho sentito così male che mi ha tolto il fiato ed il braccio ha preso a sanguinarmi e l’unica cosa che mi è venuta in mente, ora possiamo passare e il nostro viaggio inizia davvero, spero solo che non fosse scaduto.

Siamo usciti dall’aeroporto e il cielo si colorava di rosa, dopo un piccolo tratto di strada, e che strada, forse sarebbe meglio dire una serie di buche unite tra loro da una piccola striscia di asfalto (come ha detto Lorenzo una strada che sembrava bombardata), il cielo è diventato così rosa che mi sembrava di essere entrata in un cartone animato tanta era l’intensità del colore del cielo da sembrare artificiale.

Guardare il cielo durante tutto il viaggio è stato uno dei miei passatempi preferiti. Ogni volta che alzavo gli occhi lo stupore mi coglieva togliendomi un po’ il fiato, la notte le stelle erano così nitide da sembrare grandissime e poi il cielo mi sembrava così basso che se avessi allungato la mano i dava l’idea che avrei potuto toccarlo. Quel primo tramonto era così particolare, non ne avevo mai visto uno così, il sole era una palla infuocata grandissima ed era al centro del cielo; qui quando il sole tramonta è al massimo della sua grandezza, si abbassa appunto per tramontare, ma sembra avvicinarsi a me che lo guardavo e la distanza sembrava ridursi sempre più, è come se il sole prima di sparire venisse a cercare proprio me per salutarmi.

La natura del Mozambico è così maestosa che mi ha fatto sentire molto spesso davvero piccola piccola.

Ma ogni volta che abbiamo incrociato una cosa davvero bella, nello stesso momento abbiamo visto cose brutte. Il bene ed il male convivono e qui non si nascondono, questo sole africano più vicino alla terra non nasconde nulla.

Ricordo i villaggi, soprattutto quelli che abbiamo visto il primo giorno passando con la macchina, nella foresta si aprono delle radure e qui spesso ci sono le capanne, piccole abitazioni fatte di fango e paglia costruire sulla terra. Una terra rossa che da l’idea di essere fertilissima ma che fa da pavimento alle piccole case delle persone che ci abitano. Intorno alle capanne si svolge al vita degli abitanti dei villaggi, passando vedevo donne accovacciate a terra che accendevano il fuoco per cucinare o intente a svolgere le piccole attività quotidiane, ho visto bambini, tanti ma davvero tanti bambini e anziani. Questo spettacolo mi ha stupita a tal punto che non riuscivo a smettere di guardare e spesso avevo gli occhi pieni di lacrime nel guardare. Mi sono venuti mente quel primo giorno i disegni che trovavo sui libri di favole che leggevo quando ero piccola, i villaggi africani e le capanne e mi sono detta, Dio sono come nei miei libri di bambina e adesso li guardo e sono davvero così e le persone che vedo lì intorno abitano davvero lì?

Guardandoli mi veniva spesso un groppo in gola e non riuscivo a parlare, mi veniva solo in mente come si fa a vivere così? Come è possibile che ci siano persone che solo per essere nate qui, invece che a casa mia, si trovano a dover vivere così? Senza avere nulla di tutto quello che per noi sembra essere assolutamente indispensabile. Come è possibile che qui il tempo si sia fermato, pensavo, la vita cento o duecento anni fa era per queste persone la stessa di oggi? Ed io ricca, annoiata e inutile occidentale li guardavo e sapevo solo farmi venire le lacrime agli occhi, pensando a quanto sia ingiusto il destino che ti porta a vivere da una parte o dall’altra del mondo.

Per tutto il primo giorno di viaggio mi sono sentita sempre così, come se fossi colpevole della mia “opulenza” e della ricchezza che il mio status di nascita mi aveva dato senza alcun merito, ho molto riflettuto su questo e non potevo smettere di sentirmi in colpa ogni qual volta, fermandoci nei mercati incrociavo lo sguardo sereno e felice dei bambini che mi guardavano, stretti nei loro vestitini un po’ rimediati e di certo già usati da tanti altri prima di arrivare da loro, ma nonostante tutto, portati con fierezza e con un portamento che farebbe invidia a qualunque modella sulla passerella delle migliori case di moda.

Con il passare del tempo questo malessere si è alleggerito e mi sono lasciata prendere dagli eventi senza farmi troppe domande esistenziali, o almeno rimandandole ai momenti di solitudine.

Per raccontare questo viaggio sfoglio il mio quaderno scritto in quei giorni e mi stupisco del calore che trovo in quelle pagine. Ogni riga ha una passione che sembra non appartenermi più, ma che riletta ora che è passato un po’ di tempo da allora, mi riporta in quei luoghi e mi fa sentire una forte nostalgia.

Nostalgia delle relazioni semplici tra le persone. Ricordo la nostra visita nella sede del sindacato di Pemba, il Sintisim e l’interesse con cui ognuno dei colleghi ascoltava le nostre parole. Anche allora ho provato stupore perché le parole dette e ascoltate erano tornate solo ad essere parole, nel senso che oramai siamo così abituati a chiederci il perché ci vengano dette determinate cose, ci chiediamo di continuo cosa c’è dietro e quale sia davvero lo scopo di una comunicazione che spesso ci perdiamo molta parte del significato del discorso che ci viene fatto, viviamo stando di continuo sulla difensiva e nemmeno ce ne rendiamo conto. In Mozambico invece parlando con i colleghi le parole avevano ripreso un senso più vero.

Quando ci confrontavamo con i colleghi loro ci ascoltavano attenti e ci chiedevano consigli. Lo scambio di informazioni è tornato ad essere franco e sincero, c’era un reale interesse sia mio che delle persone con cui parlavo verso le cose che si dicevano che nonostante i problemi comunicativi dati dalla reciproca incapacità a parlare la lingua dell’altro, ci si sforzava in ogni modo per cercare di comunicare e dare ascolto all’altro.

Tornando alla bellezza e alla bruttezza che convivono e si mostrano nello stesso momento ricordo il giorno in cui siamo andati a fare una gita sullo Zambesi. Eravamo nella provincia di Tete e i nostri colleghi della Consilmo ci hanno portato in un posto magnifico per una gita. Abbiamo camminato un po’ nella natura, c’erano degli alberi magnifici di cui mi sono follemente innamorata. Sono i Baobab chiamati anche alberi della vita. Sono alberi dal tronco enorme e liscissimo e nel toccarli ho avuto una sensazione bellissima, mi hanno fatto pensare a quanto sia magnifica la natura che è capace di raggiungere dei livelli di perfezione incredibile, questi alberi hanno qualcosa quasi di primitivo nella loro bellezza, tale è la loro perfezione che non riesco a descriverli a parole se non ripetendo sempre le stesse all’infinito.

Ci siamo imbarcati su delle piccole barche a motore e siamo partiti. Per un lungo tempo attorno a noi c’è stata solo acqua, cielo, natura, montagne e silenzio, il sole ci accarezza la pelle e il vento ci rinfrescava. Gli occhi si sono riempiti di immagini. Tutto era grandissimo, perché in Africa la natura si manifesta sempre in modo potente, è come se l’uomo non avendola ancora troppo violata, riuscisse ad esprimersi nella sua pienezza, liberamente; osservarla ha avuto per me un significato quasi mistico. Mi sono sentita ancora una volta piccola, come era piccola la nostra barchetta, rispetto alla grandezza del corso d’acqua che stavamo attraversando.

Ad un certo punto ci siamo fermati ed abbiamo spento il motore. Nel silenzio e nell’immobilità dell’enorme distesa d’acqua piano piano sono emerse delle piccole orecchie rotonde e dopo poco le teste grandissime di alcuni ippopotami. Ed ancora una volta lo Stupore mi ha colta! Sotto di noi nuotavano un gruppo di ippopotami e ogni tanto affioravano per respirare, restavano un attimo a pelo dell’acqua e poi si rimmergevano completamente sparendo dalla nostra vista. Gli ippopotami, ma chi li aveva mai visti? Me li ricordo nelle pubblicità dei pannolini da bambina, ma averli lì, a pochi metri da me mi ha fatto sentire felice. La natura immensa di questo magnifico paese non finisce mai di stupirmi.

Sarei voluta rimanere lì ancora molto a lungo a guardare lo spettacolo degli ippopotami dalle piccole orecchie e dalle teste grandi, ma siamo ripartiti. Ci siamo avviciniamo alla riva del fiume, in prossimità di un paio di capanne e un gruppetto di persone ci guardano incuriositi. Alcuni erano in acqua con le loro piccole canoe scavate nei tronchi d’albero, che tirano delle reti. Sono una piccola comunità di pescatori e vivono qui.

Guardo questa persone che si avvicinano piano piano a noi, come sempre ci sono tanti bambini tra loro, e mi viene un gran magone perché penso che vivere qui, immersi in una natura si bellissima, ma lontano da tutto il resto del mondo, deve essere davvero complicato. I bambini indossano abitini rimediati, alcuni sono piccoli per i loro corpi che crescono in fretta, uno di loro ha una faccia paffuta e simpatica, ma è timido, si vede che ha paura di noi. In fondo ha ragione, siamo estranei e per di più bianchi!

Il magone cresce e mi viene da piangere guardando quel bambino. Ha dei pantaloncini gialli e una maglietta che gli sta davvero piccola e lascia scoperta una pancia gonfia che stona su un corpo magro come il suo; ha gli occhi profondi e anche se si nasconde dietro un altro bambino più alto di lui, continua a guardarci fisso ed incrocio il suo sguardo. Quegli occhi e quello sguardo me li ricorderò per sempre! Non so più dove girarmi perché le lacrime mi scendono dagli occhi e non voglio farmi vedere dai miei compagni di viaggio, questo momento di scoramento e di commozione non riesco a condividerlo con nessuno. Allora mi metto sulla prua della barchetta e faccio finta di voler prendere il sole, mi stendo e appoggio la testa sulla barca e così riesco a piangere un po’ per quel bambino che mi guardava e per me che non sono in grado di fare nulla per lui.

Bello e brutto, gioia e tristezza, tutto mescolato insieme e tutto questo ha avuto per me sempre la stessa parola: Stupore.

Oggi mentre scrivo, ricordo il Mozambico e il bellissimo viaggio fatto, un viaggio diverso da tutti gli altri, non solo per il paese che ho visitato, ma perché viaggiare con Sarah e l’Iscos mi ha reso più ricca e me ne rendo davvero conto solo adesso mentre i ricordi riaffiorano e le immagini mi tornano alla mente. Lo stupore riappare e con esso la voglia di ripartire per tornare a stupirmi ancora.

Monica Lattanzi